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[vintage] Il guardiano secondo Krypton

Pubblico alcune vecchie recensioni che ho scritto durante il laboratorio di critica teatrale condotto da Marzia Pieri (Progeas a.a. 2003/2004) e che non sono mai state pubblicate. Le reputo la scintilla.

Il guardianoLa scatola scenica sul palco appare subito come un luogo intimo, polveroso e confusionario: è la piccola stanza di un palazzo londinese dove si svolge tutta l’azione teatrale. Tre sono i personaggi: due fratelli, Mick e Aston, e un barbone, Davies, che si fa chiamare Bernard Jenkins. Attorno a queste tre figure così diverse si sviluppano una serie di rapporti, dialoghi, attriti e ricongiunzioni dentro ai quali lo spettatore è attratto senza barriere, grazie anche ad un’adeguata scenografia, un buon uso delle luci ed alla colonna sonora, a cura di Fulvio Cauteruccio, che spazia dalla musica lirica a successi americani anni ’60.

Il primo sentimento che avvolge gli spettatori è il conflitto tra tolleranza e intolleranza. La tolleranza di Aston, giovane londinese, che accoglie il barbone Davies dopo averlo tirato fuori da una rissa, ed è pronto a farlo restare a dormire in casa propria, ed è pronto a lasciarlo addirittura da solo in casa la mattina seguente, consegnandogli le chiavi dell’appartamento. L’intolleranza di Davies, invece, si manifesta attraverso le affermazioni ingiuriose, in un roco accento siciliano, verso i negri, i greci, gli indiani vicini di casa di Aston, gli italiani. Aston, appunto, la figura più ambigua del trio che ogni mattina si mette giacca e cravatta e non dice dove va, ha un momento di estrema intensità quando, unica volta in tutto lo spettacolo, esce dalla scatola scenica, scende dal palco e viene fin quasi tra il pubblico a raccontare la sua storia.

La sua storia è quella di un ragazzo, un po’ strano e solitario, che ogni giorno va al bar, ed è lì che trova un po’ di compagnia ed inizia a parlare con chiunque. Questo parlare alla lunga infastidisce i suoi interlocutori e Aston finisce in un manicomio, con i cavi sulle tempie gli praticano l’elettro-shock che gli segnerà l’esistenza.

Questo, che è il punto più drammatico dell’opera, riassume l’essenza politica di Pinter con la condanna al sistema repressivo dei manicomi e subito tornerà alla mente degli studiosi di teatro il primo Artaud, con il suo furore incendiario e le invettive del periodo surrealista. Ma chi è il guardiano? Nessuno, o meglio lo dovrebbe diventare il barbone Davies nelle parole di Aston e successivamente in quelle di Mick che afferma di essere il proprietario della palazzina nella quale Davies dovrebbe finalmente trovare lavoro. Davies l’opportunista, Davies lo scocciatore che si lamenta per gli spifferi notturni, Davies il pedante che chiede, e ottiene, insistentemente un paio di scarpe nuove al povero Aston. Davies è tutto questo, vittima di una condizione che lo affoga nella solitudine, nelle notti al freddo sotto un ponte.

La sua arroganza, che nasce dal sentimento comune che emargina gli emarginati, è totalmente frutto dell’indifferenza e dell’intolleranza che riceve ogni giorno. Ma quando ha l’occasione di riscatto, dopo aver abbandonato il povero Aston e preso accordi lavorativi con Mick, quest’ultimo cambia idea lasciandolo ancora una volta al freddo del suo isolamento.

Mick, interpretato da Fulvio Cauteruccio con un velato accento milanese, è il terzo lato del triangolo, è il personaggio schizoide e gasato che gioca il ruolo di guastatore. Con lui si conoscono l’allegria e la tensione, la bontà e la malvagità. In lui si concentra l’anima più superficiale della storia: il suo look stravagante e i suoi discorsi generici lo fanno apparire come l’esatto contrario di suo fratello. Ma in lui c’è anche un pizzico di cattiveria quando discute con Davies, dandogli prima un’opportunità di lavoro e poi negandogliela.

Tra le trovate perfette per sprigionare quel misto di pazzia e di inquietudine tipico del testo sono opportunamente da segnalare le pause pinteriane, frequenti e brevi, che fanno da cambio di scena e di sequenza e sono scandite da un improvviso buio che rimanda alla scena seguente.

In definitiva l’adattamento di Cauteruccio mi sembra riuscito: mettere in scena Pinter è tutt’altro che facile, le tensioni si percepiscono per tutta la durata dello spettacolo e le connessioni fra i protagonisti appaiono riuscite e ben miscelate. I temi sociali (il manicomio, la solitudine e l’intolleranza) sono affrontati come centrali e danno l’ennesima conferma di quanto sia forte l’impatto e l’impegno politico del teatro di Pinter. [Simone Pacini]

Compagnia Krypton

Il guardiano

di Harold Pinter

regia di Giancarlo Cauteruccio

Firenze, Teatro Everest, gennaio 2003

Categorie:Recensioni Tag:,
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