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Lampada incandescente per un corpo evanescente

C’è un corpo importante di donna, statuario, magnifico, sofferto. Lo si trova nel riflesso di un’ombra, nel decoro della luce stagliata sulla parete di fondo, nella forma effimera che muta e (si) rigenera. Si manifesta di fronte allo sguardo di chi s’interroga e scruta l’accadimento sulla scena, in cui si susseguono il tempo e lo spazio di un corpo in mutamento, tra lo scuro e il chiaro, nelle privazioni di sfumature che si confondono l’une nelle altre, fugaci come la bellezza che interpretano e veloci come istantanee della condizione umana, che sempre sfugge alla propria originaria funzione mortale.Figura femminea che si copre e si riscopre nel buio che dissimula, appare come coscienza fisica che dichiara la propria fragilità e forza a un tempo – schiacciata tra l’affermazione della sua stessa presenza in prospettiva e il sottile desiderio di cadere nella bidimensionale anonimia del quotidiano. Rispecchiandosi nel proprio doppio privato di luce, esplora allora le possibilità concessale dalla creazione, segue il filo della scoperta prometea difendendo la propria primaria venuta. Al mondo e alla Storia. Nella dimensione della menzogna insegue quelle verità che le epoche le hanno cucito addosso, come ombre sulla pelle, tra costumi di seta ed eretiche vampate.Creatura creata, creatrice, matrice in movimento tra le giravolte di un valzer solitario, dipana le tenebre della sua leggenda dichiarando la fuga, fino a perdere il fiato, fino a nascondersi alla vista dell’altro (il pubblico, la doxa), che in silenzio, da secoli, esercita su di lei il suo controllo.

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Così vicina al presente del nostro sguardo, la prima donna si sforza di rincorrere la sua buia effige sottile, tentando vanamente di affermarsi nella logica del controluce. In questa necessità reiterata di riconsegnarsi a un ruolo, il nodo si scioglie attraverso la logica iconografica della visione, che contemporaneamente dichiara l’impossibilità del compito: allora lo scopo si scioglie in suono e candore, nella consolazione di una sensorialità tentata e offerta a se stessa e allo spettatore immerso nell’ombra – quell’altra, della parete crollata.
Nella tensione di questo corpo scisso tra il rivelare la propria esplosiva natura e l’istintiva ritrosia di fronte al nuovo da se stesso prodotto, si consuma la dinamica dell’azione in cui il femminile si trova protagonista indiscusso: individuati i ruoli nella Storia la scena ne accoglie la fortuna, e ne narra per immagini lo spirito diversamente appellato. E’ una femmina madre, una donna del mito ma anche bambina vezzosa, guizzo di carne alla luce del fuoco e corpo esposto nella vetrina del proprio intimo quadro domestico.
Con le membra che si mostrano nude allo sguardo, chiuse nel frastuono di notti metropolitane e claustrofobiche attese, l’oggetto della visione ostenta la sua stessa accecante visibilità. La sua volontà di prigionia ammette il desiderio di lasciarsi osservare, simulacro santo e profano di un idolo caduto, che gioca la sensualità senza viverla, salvaguardando così l’ultimo brandello di angelicata funzione. O finzione.

Giulia Tonucci

LAMPADA INCANDESCENTE
spazio: Giulia Pastore
corpo: Francisca Rivas
suono: Diego Fontecilla
occhio: Cosimo Terlizzi  

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