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[vintage] Il teatro necessario di Eugenio Barba

In occasione del debutto de La vita cronica, il nuovo spettacolo dell'Odin Teatret diretto da Eugenio Barba [photo], al Fabbricone di Prato (da stasera a sabato), pubblico alcuni miei appunti su una conferenza tenuta da Barba in occasione del suo spettacolo Mythos, a Firenze nel 2002. 

ImageGen.ashxEugenio Barba, nell’ambito di un progetto realizzatosi con la collaborazione e il sostegno del Fondo Sociale Europeo, della Provincia e del Comune di Firenze, del Comune di Bagno a Ripoli, della Unicoop e della Cassa di Risparmio di Firenze, inaugura il percorso formativo annuale “Teatro necessario”, promosso dalla Compagnia teatrale fiorentina “Chille de la balanza”.
Dopo una breve introduzione di Claudio Ascoli, direttore e anima dei “Chille”, e dell’Assessore alla Cultura del Comune di Bagno a Ripoli, Barba prende la parola e inizia a incantare i circa 150 tra studenti, studiosi e appassionati di teatro presenti in sala.
Il geniale regista e uomo di teatro, l’ultimo sopravvissuto della grande epopea della riforma teatrale del Novecento iniziata con Stanislavskij, inizia da una riflessione sul titolo del corso di formazione: “Perché il teatro è necessario?” si chiede.
Rinuncia al microfono e parla delle sue esperienze in Cile dove venne a conoscenza di un seminario, tenutosi negli anni Settanta, per soli cinque attori; per loro il teatro era necessario. E prosegue narrando di un regista cileno suo conoscente, che si ritirò in una casetta sperduta con una sola attrice, la sua compagna, per fare teatro: era il loro teatro necessario.
La conferenza si fa subito estremamente interessante: Barba parla ancora del Cile, nel 1973, quando la dittatura di Pinochet reprimeva i mezzi di informazione e molti attori e registi finirono nei campi di concentramento per le loro idee contrarie al regime; essi si inventarono una città irreale dove ognuno aveva un ruolo immaginario e inventato: era l’unico modo per sopportare l’orrore della prigionia ed era il loro teatro necessario.
Ancora, nel 1978, durante il festival di Montevideo, un attore venne a sapere dell’uccisione del figlio da parte di uno squadrone della morte prima di entrare in scena; ma non si tirò indietro: per lui fare teatro significava lottare contro Pinochet, riaffermare i suoi principi, ed era strettamente necessario.
Barba parla anche dell’alleanza tra Chiesa cattolica e teatro di quegli anni per resistere alla dittatura, degli spettacoli che si tenevano nelle cattedrali perché erano luoghi sicuri e dell’attività instancabile degli attori che lavoravano nelle bidonvilles per istruire la popolazione.
Tutte queste realtà parallele a Pinochet erano indispensabili per ricostruire una vita sociale e per dare al popolo un senso di speranza.
Il fondatore dell’Odin Teatret trasporta tutti sul suo carro di ricordi e di esperienze, cambia argomento e continente ma non cessa di affascinare i presenti: ricorda il Festival de Il Cairo, da molti visto come l’unico momento di vera libertà per l’Egitto, che nel 1991 non si tenne per solidarietà all’Iraq dilaniato dalla guerra. Circa 50 persone decisero di creare un loro festival necessario, chiamato Teatro della Terza Via, in opposizione al teatro di Stato e al teatro commerciale.
Barba si mette in piedi sul tavolo affinché tutti possano ascoltarlo, ed accenna alla grande riforma del nuovo teatro novecentesco, alla fine del teatro mercantile dell’Ottocento e della tradizione teatrale. Cita Appia, Craig, Stanislavskij e il suo duumvirato con Nemirovic-Danchenko, il rifiuto della cultura e l’importanza delle prove; ogni spettacolo parte da zero e rifiuta la ripetitività, l’attore deve rinascere sulla scena ogni volta.
L’argomento entra nel personale e Barba ripercorre brevemente le tappe della sua vita: il Salento (la sua terra natia), l’arrivo in Norvegia e i problemi di razzismo di un emigrante italiano, la Polonia e l’incontro con quello che diventerà il suo grande maestro, Jerzy Grotowski, la Danimarca affrontata con una compagnia norvegese.
“Qual è la mia tradizione?” si chiede Eugenio Barba. Non è una tradizione culturale, che definisce “accecante”, non vuole parlare di una sua cultura perché l’ha persa, nella ricerca dell’attaccamento a tutte le culture, ed il suo teatro necessario diventa qualcosa di personale, per essere apprezzato come straniero (problema da emigrante), per comprendere i cammini che ci tengono vicini a noi stessi, per non essere italiano in Italia, danese in Danimarca e superare le superstizioni, che definisce letali.
Il teatro necessario per Eugenio Barba ha un’azione radioattiva, e sottolinea il bisogno di essere autodidatti, perché “i maestri sono morti”, e cita Copeau, Mejerchol’d e ancora Stanislavskij.
Il teatro non commerciale può essere necessario anche per un solo spettatore.

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La conferenza finisce, ma Barba continua ad incantare rispondendo alle domande del pubblico. Ripercorre le tappe e le motivazioni della nascita dell’Odin Teatret e del trasferimento repentino a Holstebro, in Danimarca, invitati dal Comune per dar vita ad una nuova esperienza teatrale, specificando la necessità del lavoro sul territorio, e l’urgenza di cercare persone con il suo stesso bisogno di teatro, i peggiori, i rifiutati, i diversi.
L’uomo del Salento approfondisce, inoltre, le idee che hanno portato alla nascita dell’ultima produzione teatrale dell’Odin, il celebrato Mythos [photo e video], e ricorda che l’idea è nata nel 1997, dall’euforia per l’avvento del nuovo millennio.
“Cosa un millennio lascia in eredità al nuovo millennio? La retorica?” Barba inizia a scandagliare tra i miti passati, unendo il mito di Medea e quello di Edipo al mito della rivoluzione e della sua fine. Dunque Mythos celebra la fine della rivoluzione, ossigenata dagli ideali marxisti e comunisti, e la nascita del suo mito.
Barba parla anche dei Russi e dell’invasione di Budapest con i carri armati, e delle lacrime versate a quella notizia da un professore e architetto comunista suo conoscente. Un professore deluso dagli ideali che sbandierava ma spinto, da una nuova linfa, a fiancheggiare la resistenza spagnola contro Franco e il suo regime.
“Il marxismo è importante ma bisogna usarlo con la testa” dice.
Continuando a rispondere alle domande, vengono affrontati anche i temi dell’Odin: il lasciarsi andare sulla scena, il rifiuto del binomio causa-effetto, il teatro come monologo, il lavoro reale dell’attore (sulla scia di Stanislavskij e Copeau) che nasce dall’esperienza e dallo stato affettivo. Barba afferma anche che è necessario, in teatro, staccare il personaggio dal contesto storico per farlo diventare indipendente (“Amleto che incontra Macbeth!”).
L’incontro finisce, i presenti se ne vanno consapevoli che è stato qualcosa che difficilmente dimenticheranno.

Simone Pacini
Conferenza di Eugenio Barba
Antico Spedale del Bigallo – Bagno a Ripoli (FI)
20 Novembre 2002

  

  

  1. 04/06/2013 alle 05:09

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