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La lampadina galleggiante di Woody Allen con Mariangela D’Abbraccio

La scena si apre con una luce azzurra che fluttua nel buio, la “lampadina galleggiante” del titolo. Mariangela D’Abbraccio in scena al Quirino per interpretare questa commedia di Woody Allen: “un dramma comico” che unisce al consueto umorismo toni più intimistici e malinconici.

“La lampadina galleggiante” è il titolo di una commedia di Woody Allen quasi sconosciuta in Italia, andata in scena al Teatro Quirino di Roma con la regia di Armando Pugliese.  La scenografia  di Andrea Taddei riproduce l’interno di un povero appartamento che si affaccia sul muro cieco dei palazzi di fronte. Siamo nel 1954 in una periferia squallida di New York dove si vive di espedienti e di sogni. Nello specifico, gli espedienti e i sogni di una famiglia ebrea piuttosto singolare. C’è il padre, che aspetta di svoltare vita vincendo alla lotteria e nel frattempo, costantemente in fuga dagli strozzini, si arrabatta come cameriere in un locale amoreggiando con una delle cameriere; c’è la madre che, messe da parte le ambizioni artistiche di quand’era ragazza, cerca di uscire dalla miseria tentando improbabili operazioni commerciali.

A completare questo strambo quadro familiare ci sono poi i due figli: il minore, adolescente irrequieto e insofferente, e il maggiore, Paul, afflitto da balbuzie, che riesce a placare la sua insicurezza solo esercitandosi nell’arte della magia. I suoi numeri, infatti, non sono pensati per il pubblico: sono il suo modo di tenere sotto controllo la realtà conferendo leggerezza e poesia al grigiore della vita quotidiana.

Tra i temi cari a Woody Allen e spesso presenti nei suoi lavori, oltre a quello della magia c’è anche quello delle relazioni familiari, descritte con tutto il loro carico di conflittualità. Emerge, tuttavia, la centralità del ruolo materno, fulcro della vita domestica, nel bene e nel male. La Enid interpretata da Mariangela D’Abbraccio, nella lettura del testo data dal regista, potrebbe benissimo essere scambiata per una mamma partenopea, che nel suo delirio di onnipotenza, per diritto acquisito con la gestazione e il parto, è convinta di essere l’unica in grado di conoscere a fondo i desideri e le aspirazioni dei propri figli. A sapere cosa è meglio per loro, cosa potrà renderli felici.

Il primo importante snodo narrativo è qui, nel tentativo di lanciare Paul nel mondo dello spettacolo, approfittando dell’imprevisto incontro con Jerry, un sedicente impresario a caccia di giovani talentuosi. L’esibizione del giovane mago, annichilito dalla pretesa della madre di condividere il suo fragile mondo di sogni, sarà un disastro. Eppure, durante la cena organizzata per l’occasione, la conversazione tra Enid e l’impresario, aiutata anche dall’alcool, porterà due solitudini a sfiorarsi, a rendere possibile per un attimo il pensiero di un nuovo amore e di una nuova vita. Il vestito buono e il filo di perle di Enid, messi solo per dovere di ospitalità, come le giacche imposte ai figli, diventano segno di una riscoperta femminilità, e volteggiano, lievi, nei passi di danza accennati con Jerry. Una femminilità nascosta, infagottata nelle pesanti giacche invernali o in abiti informi e di cui, guarda caso, solo lo svagato Paul sembra accorgersi, riferendo alla madre degli sguardi del vicino di casa. La magia diventa allora metafora dell’arte: non è fuga dalla realtà ma lente d’ingrandimento capace di scorgere in essa ciò che c’è di più vero.

Nella commedia ritroviamo il ritmo e il sottile umorismo tipico delle opere di Woody Allen ma anche l’ “espressione teatrale” – così Pugliese in conferenza stampa – “di una riflessione più drammatica e approfondita” evidente nel finale dolce-amaro, in cui la rassegnazione sembra prevalere su tutto.

Mariangela D'Abbraccio

Subentrata in tempi brevissimi a Giuliana De Sio, che si è ammalata alla vigilia delle repliche romane, Mariangela D’Abbraccio ha affrontato la sfida con grande personalità, mantenendo la promessa fatta in conferenza stampa, di andare in scena “con tutto il suo istinto”. Tuttavia, ci è sembrato che si debba ancora perfezionare la prima parte dello spettacolo, a tratti frenetica e troppo urlata; l’attrice offre il meglio di sé nei toni drammatici della seconda parte, quando riesce davvero a far entrare gli spettatori nelle pieghe dell’animo di Enid.

Forse è stata una scelta di regia quella di “caricare” il personaggio del padre – interpretato da Mimmo Mancini – per sottolinearne l’immaturità ma la sua esuberanza fisica e gestuale ci è sembrata eccessiva. Svampita quanto basta la cameriera Barbara Giordano, sornione e istrionico l’impresario Fulvio Balzarano; buoni i tempi e le capacità espressive del giovanissimo Luca Buccarello; brillante Emanuele Sgroi, in una parte piena d’insidie nella quale ha saputo muoversi con grazia e ironia e al quale, solo per la giovane età e l’inesperienza si possono perdonare l’eccessivo dimenarsi e salutare al momento dei ringraziamenti.

Mariella Demichele

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